Credere nel valore del gioco? No, io non credo [ITA]

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Al ritorno da Lucca Comics & Games 2023, scorro le bacheche dei social di amici e colleghi e trovo un concetto che ritorna sempre più spesso. Quest’anno ho avuto il piacere di coordinare una serie di proposte, tra interventi, talk, demo, e via dicendo, quasi sempre legate alle attività della Commisione per la Ricerca in Psicologia del Gioco del Game Science Research Center, invitando un po’ di colleghi a parlare e dando un piccolo spazio ai loro progetti entro le mie limitatissime possibilità.

Sono senz’altro estremamente grato a loro per il contributo che hanno dato, e commosso dai loro ringraziamenti. Loro ringraziano me per l’opportunità, mentre io, naturalmente, li ringrazio per aver contribuito. Al di là della cordiale prassi di ringraziare chi invita e chi accetta l’invito, una cosa mi colpisce molto: che mi ringrazino per aver “creduto nel valore del gioco” e dei progetti centrati su di esso.

Qui la questione va senz’altro scissa in due prospettive. La prima è legata allo stigma che il gioco fatica a togliersi, come attività che comporterebbe una sostanziale perdita di tempo, che non sarebbe produttiva in alcun modo ma anzi contrapposta a quella lavorativa, e che non sarebbe degno oggetto di studio. Stiamo parlando di decenni, se non secoli, di una cultura che mette il lavoro sopra ogni cosa, una cultura della produttività e della sofferenza, di cui non sono certo un esperto ma che -come tutti- ho vissuto sulla mia pelle. Non è di questo che voglio parlare, né è un argomento su cui sono titolato a parlare. Posso capire, però, i ringraziamenti per aver fatto qualcosa per dare dignità e spazio a progetti che non hanno altra casa e che in altri contesti subiscono lo stigma.

Invece, fortunatamente sono titolato a parlare della seconda prospettiva, che non riguarda il valore del gioco quanto la necessità del “crederci”.

No, non ci credo.

Io non credo nel valore del gioco. Non ho bisogno di crederci. Io mi affido alla scienza. La scienza, fortunatamente, non chiede alle persone di credere: semplicemente, permette di raccogliere le evidenze, di metterle sul tavolo e di analizzarle traendo conclusioni in maniera incontrovertibile ed inattaccabile. Non ho bisogno di credere che il gioco permetta di imparare attraverso il fallimento in un contesto di sicurezza psicologica: basta osservare l’evidenza sperimentale*. Non ho bisogno di credere che il gioco motivi le persone più di altre alternative: basta misurare la motivazione delle persone*. Non ho bisogno di credere che attraverso il gioco la scoperta e la conseguente crescita diventi (o meglio, ritorni ad essere) qualcosa di naturale ed intrinsecamente piacevole: basta raccogliere i dati sulla piacevolezza e analizzarli*.

Non ho bisogno di credere quando ci sono metodi basati sulla logica. Anche se il tema è il gioco e a qualcuno proprio non va giù.


Alan Mattiassi



*: certo, mica sono facili queste cose. Ma ci sono professionisti che sono preparati proprio per occuparsi di questo (i ricercatori e le ricercatrici).

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